Iran Mondo è un blog a cura di Ali Reza Jalali, studioso e saggista, sull'Iran, il Medio Oriente e diversi aspetti della cultura islamica. Gli articoli non rappresentano necessariamente il pensiero del curatore, a meno che non siano firmati, ma sono uno spunto per la riflessione.

lunedì 16 maggio 2016

"Islam, politica, diritto". Nuovo blog del Dipartimento di Studi giuridici, politici ed economici del Centro Studi Internazionale Dimore della Sapienza

Si informano i gentili lettori del blog che d'ora in avanti gli aggiornamenti potranno essere seguiti solo ed esclusivamente su un nuovo sito: https://islampoliticadiritto.wordpress.com/
 
 

 

 
 

"Islam, politica, diritto"

Blog del Dipartimento di Studi giuridici, politici ed economici del Centro Studi Internazionale Dimore della Sapienza. Direttore: Ali Reza Jalali (Ph.D.), Dottore di ricerca in Diritto costituzionale presso l'Università di Verona (2016, titolo tesi: "Islam, Costituzione, diritti umani. Il peso della sharia sugli ordinamenti costituzionali"

sabato 14 maggio 2016

Convegno a Verona: "La Governance degli stati di crisi tra diritto e relazioni internazionali"


L'Università degli Studi di Verona presenta: 








Dipartimento di Scienze Giuridiche
Corso di laurea magistrale Governance dell'Emergenza

Convegno "La Governance degli stati di crisi tra diritto e relazioni internazionali"

27 - 28 maggio 2016

Aula Magna Palazzo di Giurisprudenza

Via Carlo Montanari, 9 - 37122 Verona

Venerdì 27 maggio
MATTINA 10.45 - 13.15

SALUTI
Prof. Nicola SARTOR - Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Verona
Col. Massimo CICERONE - Comandante il 3° Stormo Villafranca di Verona
Prof.ssa Donata GOTTARDI - Direttrice del Dipartimento di Scienze giuridiche, Università degli Studi di Verona

INTRODUCE: Prof. Enrico MILANO - Università degli Studi di Verona
LA GOVERNANCE DEGLI STATI DI CRISI INTERNAZIONALI TRA DIRITTO E RELAZIONI INTERNAZIONALI
MODERA: Prof.ssa Annalisa CIAMPI - Università degli Studi di Verona
DISCUSSANT: Prof. Emidio DIODATO - Università per Stranieri di Perugia

Il sistema del caos: quale governance per la politica internazionale contemporanea?
Prof. Luciano BOZZO - Università degli Studi di Firenze

Strumenti normativi e governance delle crisi internazionali
Prof. Antonello TANCREDI - Università degli Studi di Palermo


IN PARTICOLARE SEGNALIAMO LA PARTE DEDICATA ALLA GUERRA IN SIRIA:


27-05-2016 

POMERIGGIO 14.30 - 17.45

LA CRISI SIRIANA
MODERA: Prof. Maurizio ARCARI - Università degli Studi di Milano Bicocca
DISCUSSANT: Dott.ssa Isabella PIERANGELI BORLETTI - Università degli Studi di Verona

Siria e dintorni
Amb. Laura MIRAKIAN - già Ambasciatrice d’Italia a Damasco

Della vulgata dell’ISIS “Stato”: la prospettiva del diritto internazionale
Prof. Enrico MILANO - Università degli Studi di Verona

Effetti di spill over della crisi siriana: la reazione europea all’emergenza profughi
Dott. ssa Francesca DE VITTOR - Università Cattolica del Sacro Cuore

La guerra in Siria: tra sostenibilità di una soluzione politica e principali ostacoli alla pace
Dott.ssa Marina CALCULLI - Institute for Middle Eastern Studies Elliott School of International Affairs, George Washington University


Sabato 28 maggio
MATTINA 9.00 - 12. 15

MODERA: Prof. Attila TANZI – Università degli Studi di Bologna
DISCUSSANT: Prof. Paolo FARAH - University of West Virginia

La sfida dei cambiamenti climatici
Dott. Antonio NAVARRA - Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici

La diplomazia climatica e la prevenzione delle crisi
Dott.ssa Federica CATTOI - Ministero degli Affari Esteri e della cooperazione internazionale

L'Accordo di Parigi, ovvero del diritto internazionale (e del suo ruolo) in tempo di disaccordo politico
Dott. Cesare PITEA - Università degli Studi di Parma

International Disaster Law e strumenti internazionali di contrasto al cambiamento climatico: un dialogo possibile?
Prof. Federico CASOLARI - Università degli Studi di Bologna

CONCLUSIONI: Prof. Maurizio ARCARI - Università degli Studi di Milano Bicocca

Per gli studenti il riconoscimento dei CFU è attribuito come segue:
- per gli studenti del corso di Governance dell’emergenza: 3 CFU;
- per gli studenti di giurisprudenza e scienze dei servizi giuridici: 2 CFU

Contatti:
isabella.pierangeliborletti@univr.it



http://www.dsg.univr.it/?ent=iniziativa&id=6584

giovedì 12 maggio 2016

Islam ed Europa. Intervista ad Adolfo Morganti



 

A cura di Ali Reza Jalali


La convivenza pacifica tra i popoli è da sempre una delle ambizioni dell'essere umano, soprattutto in contesti come quello europeo contemporaneo, dove per via di fenomeni quali la globalizzazione economica, persone di diversa cultura e religione si trovano a vivere insieme. Ciò vale soprattutto per le comunità islamiche d'Europa, le quali tendono ad essere al centro delle attenzioni pubbliche per via di problemi come l'estremismo religioso, la difficile integrazione nel tessuto sociale locale e la diffidenza generale nei confronti degli immigrati.

Adolfo Morganti, Presidente dell'Associazione Identità Europea
 

Prof. Morganti, lei come editore (edizioni Il Cerchio) si è spesso impegnato nella pubblicazione di testi con l'obiettivo di fare chiarezza sul problema islamico in relazione alla civiltà europea. In che misura pensa di aver ottenuto buoni risultati in questo senso?

La Casa editrice Il Cerchio nasce nell'ormai lontano 1980 esattamente al fine di dare vita ad uno spazio aperto di confronto e di riscoperta della necessità dell'esperienza del sacro per l'edificazione di una civiltà libera dai cascami della modernità.
Il suo stesso nome richiama alla ricerca di un Centro, da cui ogni Cerchio nasce. Benché ognuno di noi avesse in quegli anni riscoperto anche con fatica la vitalità del grande tronco dell'esperienza spirituale cattolica, con particolare attenzione ai suoi aspetti monastici e cavallereschi, una costante attenzione verso le altre grandi Tradizioni religiose ci è sembrata immediatamente indispensabile: se non altro in quanto l'ampiezza della battaglia epocale in corso allora come oggi ci pareva tale da non consentire di escludere il contributo che le altre grandi Tradizioni religiose poteva dare ad un auspicato contrattacco rispetto alla degradazione postmoderna planetaria.
Lo stesso strumento editoriale va visto come mezzo rispetto a questo fine. In quest'ambito, seguendo il coraggioso lavoro di Franco Cardini, abbiamo editato, ossia dato voce italiana, sia a classici del pensiero islamico dal medioevo ad oggi, sia a studi di importanti figure del pensiero islamico contemporaneo; per non parlare di grandi studiosi italiani del mondo islamico come Pio Filippani Ronconi, di cui siamo orgogliosi di aver ristampato opere altrimenti destinate all'oblio, e lo stesso Cardini; infine, alcuni giovani studiosi italiani.
Con la nostra piccola spada, abbiamo punzecchiato al meglio il ventre del drago.

L'Islam oggi non è solo qualcosa di "esterno" all'Europa, ma orami sembra fare parte, in un modo o nell'altro, del tessuto sociale del vecchio continente. Quali potrebbero essere secondo lei le vie per migliorare l'interazione tra musulmani e non musulmani qui?

L'Europa è un continente in profondissima crisi di significato. Ogni aspetto della sua crisi sociale, culturale, politica ed economica dipende - ne sono certissimo, avendo ricevuto questa coscienza da decenni di precursori che ne hanno inquadrato e previsto l'implosione, comunicandocene la profezia - da una precedente crisi d'ordine spirituale giunta alla feccia: l'Europa, oggi, non ha più un senso soprattutto per gli europei.
Un aspetto tipico di questa apoteosi dello svuotamento di sé è la paura delle identità altrui, e più queste identità sono ancora forti ed in parte ancora oggidì integre, più questa paura aumenta.
In tal modo al buon europeo medio, che non eleva nemmeno il proprio panico al di sopra della difesa di quanto rimane di una prosperità materiale individuale di piccolo cabotaggio, per giunta oramai al tramonto, fa paura non solo l'Islam, ma anche l'Ortodossia: quella russa, ad esempio. E la paura lo blocca, rendendogli impossibile la gestione di ogni sfida epocale, come quella migratoria.
L'Europa della postmodernità è, temo, un morto che cammina in maniera irriflessa, e non sarà certamente sufficiente rivolgersi strumentalmente verso Papa Francesco per ridar vita a quanto è stato quasi ucciso: ucciso da secoli di cosciente lotta contro le radici storiche, culturali e spirituali dell'Europa stessa, quella vera, quella di sempre.
Di contro un'Europa viva, in grado di far propria una rinnovata fiducia in un progetto di civiltà che sappia riprendere oggi i capisaldi culturali ed antropologici dell'antica eredità imperiale, sarebbe a mio parere in grado di relazionarsi con l'Islam (nelle sue differenti articolazioni) in modo tanto chiaro quanto franco.
Ricordo solamente quanto le relazioni fra le 3 religioni abramitiche fossero intese e vissute all'interno dell'Impero Austro-Ungarico, e questo a 100 anni dall'inutile strage della 1° guerra mondiale, quindi solamente 100 anni fa.

Se la religione musulmana ha un rapporto con la civiltà europea, sia nel senso di un "incontro" tra le civiltà, sia, perché no, di uno "scontro", ciò non è di certo un fatto nuovo, ma ha una sua storia abbastanza lunga. Quali sono secondo lei le differenze o le similitudini tra il rapporto Islamo-Europeo contemporaneo e quello, ad esempio, medievale?

Mi riallaccio a quanto detto sopra. Chi non ha identità (o, peggio, rifiuta la stessa prospettiva di riscoprirne una) non ha alcuna possibilità di comprendere altre identità; al contrario, nell'incontro-scontro secolare che dal VII al XVIII secolo ha coinvolto Islam e Cristianesimo nello spazio del Mediterraneo sono maturate sfide che hanno reso grande e forte l'Europa e il suo pensiero: ricordo qui solamente la grandiosa figura del Beato francescano Raimondo Lullo, di cui nel silenzio più assoluto sta passando il 7° centenario della morte.
La pace e la guerra vanno quindi colti come momenti differenti di un rapporto culturale e spirituale sempre profondo e paradossalmente utile per tutti. Di questa grandezza, che rimane all'interno delle simmetriche caricature degli scontri fra fondamentalisti islamici e "crociati" del nulla che ammorbano i mass media di tutto il mondo?

In conclusione, riusciremo a trovare un punto di incontro, qui ed ora, tra Islam ed Europa?

Fra Islam e Cristianesimo oggi i punti d'incontro sono certamente più numerosi dei punti di frizione, al netto delle deformazioni che i vari fondamentalismi (un morbo occidentale che ha contagiato nel corso del XX secolo molte altre Tradizioni religiose) producono, supportandosi a vicenda.
Oggi una feconda collaborazione fra Islam e Cristianesimo ha dinanzi a sé spazi colossali: la tutela della famiglia e del fondamento religioso della convivenza umana; la risposta alla globalizzazione economica ed al saccheggio delle risorse del pianeta; la difesa delle identità concrete.
Spazi assolutamente nuovi in quanto tipici del mondo post-moderno, ma di una grandezza tale da non far rimpiangere l'immensa grandezza del tempo delle Crociate: essi annunciano, in fondo, il tempo degli Idoli, che è anche il tempo della lotta contro il dajjal, l'anticristo della tradizione cristiana.  

 

Si ricorda che Adolfo Morganti sarà tra i relatori del convegno internazionale sulla figura dell’Imam Khomeini che si terrà a Roma il 4 giugno 2016 presso Hotel Best Western (zona stazione Tiburtina). Il convegno è organizzato dal Centro Studi Internazionale Dimore della Sapienza in collaborazione con Irfan Edizioni, Istituto Culturale della Repubblica Islamica dell’Iran a Roma, Unione delle Associazioni Islamiche degli Studenti – Italia, Libreria Raido e Associazione Identità Europea, quest’ultima presieduta proprio dal prof. Morganti. Per maggiori informazioni potete contattare la segreteria organizzativa del convegno: dott. Giuseppe Aiello, tel 3297223003.
 
 

martedì 10 maggio 2016

Iran, testato missile balistico con gittata di 2.000 chilometri

 
 
 
DUBAI (Reuters) - Due settimane fa l'Iran ha testato un missile balistico con una gittata di 2.000 chilometri e una precisione di otto metri.

E' quanto ha detto un funzionario iraniano citato dall'agenzia di stampa Tasnim.


"Abbiamo testato due settimane fa un missile con una portata di 2.000 chilometri e con un margine di errore di otto metri. Un margine di errore di otto metri equivale a una precisione totale", ha spiegato il generale Ali Abdollahi.
 
 

sabato 7 maggio 2016

Islam ed Europa. Intervista a Claudio Mutti

  
A cura di Ali Reza Jalali
 
Il tema della convivenza tra modelli culturali diversi è sempre al centro del dibattito politico e religioso dei vari paesi, soprattutto all’interno dell’Europa, visto l’aumento massiccio negli ultimi anni della popolazione immigrata nei vari Stati del vecchio continente. Soprattutto la convivenza tra la cultura europea e la comunità islamica desta particolare attenzione tra gli studiosi. Per cercare di comprendere meglio il problema abbiamo deciso di contattare Claudio Mutti*, studioso, editore e direttore della rivista “Eurasia”.  
 
 
 
Gentile prof. Mutti, lei è stato tra i primi in Italia a occuparsi di Islam, pubblicando alcuni testi quando ancora la presenza musulmana qui non era così visibile. Come è cambiato il rapporto tra Islam ed Europa oggi rispetto agli anni ’70-’80, ovvero rispetto a quando è iniziata la prima ondata migratoria musulmana non europea verso il vecchio continente in epoca contemporanea?
 
Fino agli anni Settanta, molti tra gli Europei che volevano conoscere l’Islam erano animati, nella loro ricerca, dal desiderio di trovare un’alternativa al materialismo esistenziale dell’Occidente e dall’intenzione di intraprendere un cammino di realizzazione spirituale. Il primo approccio era per lo più teorico e consisteva generalmente nella lettura della bibliografia accessibile; tuttavia non mancavano i contatti diretti instaurati nel corso di viaggi in terra d’Islam né le relazioni personali intrattenute con gl’immigrati musulmani già presenti in Europa e variamente distribuiti nei nostri Paesi. Nei decenni successivi, l’arrivo massiccio di immigrati musulmani sul suolo europeo ha cambiato notevolmente le cose: la popolazione autoctona ha visto in loro i rappresentanti dell’Islam ed ha creduto di poter individuare nella loro cultura religiosa le cause dei loro comportamenti. Non vorrei esagerare, ma credo di poter dire che la più efficace propaganda antislamica sia stata svolta proprio da immigrati originari del mondo islamico; d’altronde, molti di coloro che hanno abbandonato il Paese musulmano in cui sono nati e cresciuti lo hanno fatto proprio perché attratti da un tipo di vita, quello occidentale, che viene ritenuto più favorevole a un miglioramento delle condizioni materiali d’esistenza ed esente da ogni impaccio morale di tipo tradizionale. Comunque sia, con l’intensificarsi delle ondate migratorie il rapporto tra Islam ed Europa si è fatto più teso, poiché la popolazione autoctona associa l’Islam alla stragrande maggioranza dei nuovi arrivati e lo percepisce come l’ideologia ispiratrice dell’invasione allogena.
 
Esiste una differenza di approcci in seno al mondo musulmano verso la cultura europea, o tutti i musulmani hanno lo stesso punto di vista riguardo al rapporto tra Islam ed Europa?
 
Esiste tra i musulmani, come d’altronde è logico che sia, un ampio spettro di posizioni nei confronti della cultura europea, anche se in questa sede non è possibile esporle se non semplificandole in modo estremamente schematico ed incompleto. Da una parte, dunque, vi sono alcune interpretazioni zelote dell’Islam che, quando non liquidano ottusamente in blocco la cultura europea come “pagana”, “politeistica” e “idolatra”, in maniera altrettanto ottusa la ritengono condizionata dalla religione dei “crociati” e intimamente connessa a quest’ultima. Ci sono poi tutte le varianti e le gradazioni di una prospettiva “riformista”, che, essendo collegata alle correnti del cosiddetto “modernismo islamico”, ritiene compatibili con l’Islam o addirittura coincidenti coi suoi precetti quei princìpi e quegli orientamenti che in Europa si sono manifestati col venir meno della visione tradizionale del mondo e della vita (scientismo, laicismo, democrazia, diritti umani, femminismo ecc.). Ma esiste anche una prospettiva opposta, condivisa in particolare da quegli Europei che hanno abbracciato l’Islam per effetto dell’opera di René Guénon o magari anche di Henry Corbin: si tratta della prospettiva in cui l’Islam converge con gli aspetti della cultura europea originati dalla saggezza tradizionale e li ripresenta in una forma adeguata alla nostra epoca.
 
Accanto alla moltitudine dei musulmani non europei residenti qui, c’è una categoria particolare di musulmani che vivono una situazione speciale. Mi riferisco ai cosiddetti convertiti, musulmani europei a tutti gli effetti. Questa categoria vive in una sorta di limbo, a cavallo di due mondi, oppure può essere definita una realtà completamente inserita nel panorama europeo o italiano?
 
La categoria dei musulmani d’origine europea o, se si preferisce, degli Europei di confessione islamica, non costituisce un fenomeno nuovo nella storia dell’Europa: tale categoria è apparsa a partire dall’VIII secolo, prima producendo “il magnifico universo della cultura moresca di Spagna” (Nietzsche), poi, qualche secolo più tardi, fornendo un contributo fondamentale alla costruzione dell’ “Impero Romano turco-musulmano” (Toynbee). Nella situazione attuale, che da una parte vede un’Europa americanizzata e stravolta nella sua identità e dall’altra un Islam disorientato, diviso e in preda allo sconvolgimento, i musulmani europei devono guardarsi dal pericolo mortale di contrarre le malattie che affliggono l’Europa e il mondo musulmano.
 
 
 
Si può quindi, secondo lei, essere musulmani ed europei allo stesso tempo, senza essere accusati di “tradimento” da parte degli europei (e lo stesso vale per i musulmani)?
 
L’opinione ufficiale pretende che le radici dell’Europa siano essenzialmente “giudaico-cristiane”. In realtà, le più antiche radici dell’Europa sono quelle greche e romane. A queste si aggiungono, certo, le radici cristiane. Ma l’Europa ha anche radici islamiche, poiché l’influsso esercitato dall’Islam sull’Europa è stato fecondo di enormi conseguenze: il primo Rinascimento europeo fiorì nella Spagna musulmana, con qualche secolo di anticipo sulla Firenze di Lorenzo il Magnifico. Perciò accusare di tradimento l’Europeo di fede islamica sarebbe come accusare di tradimento l’Europeo di confessione cristiana. Era forse un traditore Wolfgang Goethe, autore fra l’altro di un West-östlicher Divan ispirato ai temi della poesia sufica, un grande Europeo che si rivelava musulmano allorché, in una lettera del 20 settembre 1820 all’amico Carl Friedrich Zelter, confidava che cercava di “restare nell’Islam”?
 
Sarà possibile un giorno vedere musulmani e non musulmani in Europa vivere pacificamente, senza paure reciproche e diffidenze, o ciò è solo una utopia irrealizzabile? E se si può concretizzare tale speranza, quali sono le premesse necessarie?  
 
Perché diventi possibile una prospettiva di pluralismo confessionale equilibrato e legale, l’Europa dovrebbe essere in grado di recuperare, in una forma rinnovata e adeguata alla nostra epoca, quel modello imperiale che già in età romana garantì la pacifica convivenza e la libertà di culto a comunità religiose diverse. Ma una proposta di questo genere presupporrebbe un cambiamento di mentalità che oggi è difficile da immaginare, una vera e propria rivoluzione culturale, tale da far piazza pulita della concezione dello “Stato laico”, ossia di quel tipo di Stato che per principio ignora il fatto religioso oppure nasconde dietro la maschera della “tolleranza” la propria indifferenza nei riguardi di esso, riducendolo comunque ad una questione personale e privata.
 
 
*Si ricorda che Claudio Mutti sarà uno dei relatori del convegno internazionale dedicato alla figura dell’Imam Khomeini organizzato a Roma il 4 giugno 2016 dalle ore 15 presso Hotel Best Western (zona stazione Tiburtina). L’evento sarà organizzato dal Centro Studi Internazionale Dimore della Sapienza, in collaborazione con Irfan Edizioni, Istituto Culturale della Repubblica Islamica dell’Iran, Unione delle Associazioni Islamiche degli Studenti – Italia, Libreria Raido e Associazione Culturale Identità Europea.  
 
 
Vedi: http://it.uisae.ir/?p=7 

giovedì 5 maggio 2016

“La linea del fronte” Documentario sull’evoluzione del potenziale missilistico della Repubblica Islamica dell’Iran

HASSAN TEHRANI MOGHADDAM

 

Su You Tube mi sono imbattuto in un interessante documentario, mandato in onda su uno dei canali della tv pubblica iraniana, riguardo all’evoluzione del potenziale missilistico delle forze armate iraniane dopo la Rivoluzione islamica del 1979. Di seguito trovate il link del video della terza parte (in lingua persiana) e il testo tradotto in italiano di tutto il documentario.  


“Khatte moghaddam” (La linea del fronte)

 

Resoconto completo del documentario:


21 del mese persiano di Esfand, 1363 (12 marzo 1985) ore 3:21 del mattino, in una zona a nord di Eslam Abad (Iran occidentale). Viene lanciato il primo missile iraniano in territorio iracheno (Siamo in pieno conflitto Iran-Iraq, iniziato nel settembre 1980). Il silenzio di una fredda notte invernale viene rotto dal boato del lancio di un grande missile di 11 metri. Forse nemmeno la persona più ottimista quel mattino poteva prevedere che ciò era solo l’inizio della storia della capacità missilistica della Repubblica Islamica dell’Iran lungo i successivi 30 anni, una storia che continua ancora oggi.

La guerra si caratterizza sino a quel momento per gli intensi bombardamenti iracheni sulle città iraniane di confine, come Dezful, Ahvaz e Abadan, dove gli obiettivi erano spesso le zone residenziali.   

L’Iran risponde bombardando, nella suddetta mattinata del 12 marzo, per la prima volta il territorio iracheno, in particolare la zona industriale di Kirkuk, nel nord del paese arabo. E’ il primo missile di media gittata terra-terra usato dagli iraniani in questo conflitto. Gli iracheni sono colti di sorpresa in quanto sino a quel momento gli iraniani non avevano dato segnali di essere in possesso di tale tipo di armamento. Inizialmente il governo di Saddam nega l’attacco missilistico.

Gli iracheni non credevano ai loro occhi; erano certi che gli iraniani non erano in possesso di tali missili. Gli iraniani, secondo Saddam, dovevano o produrre autonomamente questi missili, cosa inverosimile, o dovevano aver acquistato i missili da qualcuno. Ma acquistare missili non è una barzelletta, i servizi di sicurezza se ne sarebbero accorti. I missili o si compravano dagli americani, o dai russi. Ma ammesso e non concesso che fossero stati comprati dai russi, sicuramente gli iracheni, tramite le autorità sovietiche, sarebbero stati informati. Inizialmente gli iracheni negarono l’attacco missilistico, e dissero che erano state quinte colonne degli iraniani a far esplodere delle bombe negli impianti industriali e petroliferi di Kirkuk.

Gli iraniani (il racconto è riportato da esperti militari iraniani) si aspettavano che l’attacco missilistico di Kirkuk potesse in qualche modo mettere in guardia gli iracheni, sperando così di far terminare a Saddam il bombardamento dei grandi centri abitati iraniani, ma ciò non fu sufficiente e gli iracheni continuarono le operazioni. Due giorni dopo il primo attacco missilistico iraniano in territorio iracheno allora (14 marzo 1985 alle 2 del mattino), le forze armate iraniane decisero di colpire con un altro missile Baghdad, grazie ad un sistema molto rudimentale e con l’ausilio di cartine disegnate a mano. Il missile centrò la sede di una banca della capitale irachena, dove secondo gli iraniani vi erano delle centrali importanti dell’intelligence di Saddam. Ma gli iracheni negarono ancora l’attacco missilistico, dicendo che si trattava di un’altra bomba, esplosa nell’ascensore del palazzo. Nonostante ciò la comunità internazionale si rese conto del nuovo potenziale missilistico iraniano. Per far comprendere le proprie intenzioni in modo ancora più incisivo gli iraniani proseguono con i lanci dei missili. 4 giorni dopo il primo lancio, parte un nuovo missile, alle 6 del mattino. 5 giorni dopo il primo lancio a mezzogiorno parte il quarto missile. Un missile iraniano colpisce una importante base militare, mentre gli altri sfiorano alcuni palazzi personali di Saddam. Gli iracheni ammettono che a colpire Baghdad non sono bombe, ma missili lanciati da territorio iraniano. E’ la prima volta che gli iraniani colpiscono una distanza di 145-150 km oltre la linea del fronte e oltre le prime linee di combattimento. Gli iracheni sono costretti, almeno momentaneamente, a fermare i bombardamenti delle città iraniane. La forza dissuasiva dei missili a media gittata dell’Iran sortisce il primo risultato positivo. L’effetto è talmente dirompente che fino all’autunno 1986 gli iracheni evitano di eseguire importanti bombardamenti nei centri abitati iraniani. Inoltre, le operazioni missilistiche iraniane avevano avuto l’effetto di diminuire le perdite iraniane nelle città; basti pensare ai bombardamenti chimici di Saddam in territorio iracheno per riprendere le posizioni perse. Senza la forza di deterrenza dei missili iraniani tali tragedie potevano verificarsi anche in territorio iraniano, portando ad una catastrofe umanitaria.

Il padre del progetto missilistico iraniano può essere considerato Hassan Tehrani Moghaddam, militare, che insieme ad alcuni collaboratori, iniziò per prima a lavorare alla produzione di sistemi Katiusha rudimentali autoctoni, per poi concentrarsi su progetti più complessi. Egli, oltre ad essere un militare esperto, nonostante la giovane età, era anche uno scienziato attento ai particolari e nonostante l’assenza in Iran di una tecnologia militare sufficiente nel campo missilistico, ci teneva a educare i suoi collaboratori e a impegnarsi sulla via della conoscenza militare, anche attraverso una metodologia semplice e spartana.

Uno dei metodi prediletti era quello di studiare i missili che cadevano in Iran, oppure applicare delle conoscenze acquisite in altri settori militari, come quello delle mine in mare, e applicarle ai missili, nel limite del possibile. Inoltre gli iraniani avevano passato dei periodi di addestramento in Siria, e riuscivano ad avere dei rifornimenti missilistici dalla Libia. Uno dei carichi di missili che giunsero dal paese africano, fu molto importante nella fondazione di una industria iraniana autoctona. In particolare gli iraniani scelsero due missili provenienti dalla Libia come modelli di studio, da copiare a da riprodurre, sotto la direzione vigile di Hassan Tehrani Moghaddam.

Il progettò partì in modo del tutto primitivo, vi erano due stanze di 12 metri, qualche sedia, qualche tavolo, un budget irrisorio (1 milione di toman, circa 140000 dollari). Il Presidente iraniano di allora, Khamenei, personalmente volle sincerarsi dello sviluppo del programma, visitando il centro di ricerca delle forze armate. Nel frattempo gli sviluppi procedevano a ranghi serrati e gli iracheni avevano compreso i progetti iraniani volti allo sviluppo di un sistema missilistico iraniano autoctono. Per cui, grazie alla collaborazione di loro agenti infiltrati, compresero l’esistenza di un centro di ricerca missilistico, con personale e macchinari al seguito. Saddam diede l’ordine di colpire tale base, ma gli iraniani riuscirono in tempo a capire le intenzioni dell’Iraq, facendo sgomberare la base. Nell’autunno del 1986 a Kermanshah gli iraniani catturano una spia irachena che ammette l’esistenza del progetto volto alla distruzione del centro di ricerca missilistico degli iraniani. Nel giro di poco tempo 36 aerei iracheni bombardano l’obiettivo, distruggendo completamente la base; ma gli edifici sono vuoti, in quanto il personale e il materia sensibile è stato già evacuato. Successivamente, per vendicarsi, gli iraniani lanciarono dei missili in territorio iracheno proprio dal luogo della base distrutta.

Il programma missilistico iraniano quindi non si fermò, e costrinse le grandi potenze d’occidente e d’oriente, insieme ai paesi reazionari della regione mediorientale, a iniziare una serie di pressioni sulla Libia di Gheddafi per interrompere la collaborazione missilistica con l’Iran. Le pressioni sortirono un effetto devastante per gli iraniani; i libici smisero di collaborare e portarono via dall’Iran alcuni pezzi di ricambio sensibili che gli iraniani non erano in grado di produrre. Gli iracheni approfittarono della situazione e ricominciarono a bombardare i grandi centri abitati iraniani, dopo l’autunno del 1986, senza che gli iraniani avessero l’opportunità di rispondere, come avevano fatto dal 1985 in poi.


Ormai i libici avevano ricevuto l'ordine di non aiutare più gli iraniani e nonostante gli sforzi diplomatici di Tehran, i consiglieri libici non collaborarono più al progetto missilistico iraniano. I militari iraniani allora furono costretti a riprendere in mano il progetto da soli, utilizzando il personale indigeno, una parte del quale, senza dire niente ai libici, aveva ricevuto un addestramento in Siria. Gli iraniani addestrati in Siria, grazie agli studi fatti nel centro di ricerca missilistico di Tehrani Moghaddam, cercarono in tutti i modi di riprendere il lancio di missili in Iraq, anche perché Saddam aveva ripreso a bombardare le città iraniane. Ma gli esperti iraniani che nel dicembre 1986 presero in mano la situazione senza il supporto libico, si trovarono con degli enormi problemi: in primo luogo le macchine erano state sabotate (forse dai libici stessi prima di partire), d'altro canto non si avevano, fino a quel momento, i pezzi di ricambio e la conoscenza necessaria per far funzionare le piattaforme di lancio e i missili stessi. I libici dissero a Gheddafi di aver sabotato in tal modo le macchine di lancio che loro stessi non erano più in grado, anche se lo avessero voluto in futuro, di riattivarle, e gli iracheni erano al corrente di ciò.

Tanto è vero che Saddam in persona si presentò in televisione con il Corano in una mano, e della terra nell'altra mano, dicendo: "Giuro - per i musulmani - su questo Corano, e giuro - per i non musulmani - sulla terra di questo paese, che gli iraniani non riusciranno mai più a colpire il nostro paese coi loro missili."

Tehrani Moghaddam per cercare di risolvere i problemi, richiamò la squadra che aveva incaricato di sviluppare delle ricerche prendendo spunto dai due missili libici prelevati per lo studio.

Grazie alle loro ricerche questi giovani scienziati riuscirono a dare una mano decisiva per far rimettere in moto il sistema missilistico iraniano, senza il supporto libico. Nel giro di 17 giorni dall'inizio del ripristino del sistema missilistico dopo l'abbandono libico, gli iraniani nel mese di gennaio del 1987 riuscirono a riparare i danni e a rimettere in moto i missili. L'11 gennaio 1987 alle 6 del mattino fu lanciato il primo missile terra-terra a media gittata per mano esclusiva di personale iraniano verso Baghdad, colpendo la capitale irachena: un altro momento di svolta, dopo la fatidica data del marzo 1985.

Quando il lancio è stato eseguito con successo - e  ad esso sono seguiti altri lanci - l'allora capo dei Pasdaran, Mohsen Rezaei, mandò una epistola alla Guida della Rivoluzione islamica, l'Imam Khomeini. In tale lettera egli spiegava la situazione generale, dicendo che i libici avevano tradito i patti e si erano rifiutati di collaborare ad altri lanci, rifugiandosi nella propria Ambasciata a Teheran, sabotando le macchine di lancio e portando via dei pezzi sensibili, probabilmente in collaborazione coi sovietici. Rezaei spiegava inoltre che i libici erano stati informati del fatto che nel giro di 17 giorni i lanci erano ripresi grazie agli sforzi dei tecnici iraniani. La risposta libica sarebbe stata di sconcerto; secondo gli africani era impossibile una cosa del genere e secondo loro probabilmente i russi avevano mandato dei tecnici per far funzionare i missili, in quanto per imparare a usare quella tecnologia ci volevano anni di addestramento.

In ogni caso il lancio dei missili riprese grazie allo sforzo indipendente degli iraniani. Il problema era però che ormai i missili comprati dalla Libia stavano per terminare; ne erano rimasti solo due, per cui gli iraniani, che erano in contatto coi nord-coreani per altri affari, decisero di recarsi in Corea del Nord per comprare dei missili Scud. I coreani dopo dei tentennamenti accettarono, e diedero 8 missili agli iraniani, i quali cosi avevano un arsenale di 10 missili in tutto (!!!).

Divertente il racconto che fa Tehrani Moghaddam del viaggio in Corea e degli strani usi della dirigenza coreana per accogliere gli ospiti stranieri. Moghaddam racconta di essere stato ricevuto in un salone enorme e prima di entrare di essere stato informato che non bisogna guardare il leader coreano in faccia. Dopo che si erano aperte le porte della sala riunioni, una musica assordante e delle luci accecanti avevano accolto gli iraniani. Moghaddam dice che al leader coreano fu donato un prezioso tappeto persiano con un pavone disegnato al centro.

La dirigenza coreana fu colpita in positivo e decise di collaborare al progetto. Moghaddam ricorda che la sala dove furono ricevuti era cosi grande che, se si mettevano due porte ai lati della sala, si poteva anche giocare una partita di calcio.

Il progetto iraniano continuava a svilupparsi, anche se per via del poco tempo e della poca preparazione, alcuni tentativi non andavano a buon fine.

Tra alti e bassi però il programma missilistico iraniano sotto la supervisione del giovane Pasdar Tehrani Moghaddam andava avanti, con delle visite anche da parte di alti funzionari, come il Presidente della Repubblica Khamenei. Si arriva così al 1988; ma accade un imprevisto, ovvero un improvviso attacco iracheno a Teheran a pochi giorni dal capodanno iraniano (che si celebra ogni 21 marzo). Un boato si alza dalla zona della centrale Piazza 7 Tir. Poco dopo si ha un'altra grande esplosione in Via Repubblica (Khiabane Jomhuri). Il problema è che in cielo non ci sono aerei. Si scopre che gli iracheni sono riusciti ad ottenere per la prima volta dal 1980 missili in grado di colpire Teheran dal territorio iracheno, ovvero missili capaci di percorrere anche 600 km, in pratica - i missili erano stati denominati Al Hussain - una evoluzione di vecchi missili in dotazione agli iracheni, che con l'aiuto di tecnici sovietici ed europei, con delle modifiche, avevano ottenuto minore potenza ma maggiore gittata.

Siamo ormai nella parte finale del conflitto Iran-Iraq, e le parti svelano le armi più micidiali che hanno a disposizione. L'attacco del marzo 1988 a Teheran è scioccante per gli iraniani. Baghdad era vicina al confine con l'Iran, per cui era facile (relativamente) da colpire con missili a media gittata terra-terra, mentre Teheran era a centinaia di km dal confine iracheno.

Il missile iracheno era una evoluzione degli Scud B, era stato alleggerito per poter percorrere più km, era stato indebolito, dal punto di vista tecnico aveva molti difetti, era impreciso, spesso esplodeva in volo, ma in ogni caso, visto che colpiva grandi città lontano dal confine e dalle zone desertiche, qualche abitazione l'avrebbe in ogni caso danneggiata. Gli iracheni in quel periodo, grazie a tali missili, nel marzo 1988, colpiscono città come Teheran, Qom, Isfahan, Shiraz ecc., gettando nel panico milioni di iraniani che sino a quel momento avevano vissuto la guerra solo indirettamente o sporadicamente. Si contano attraverso questo metodo più di cento attacchi iracheni nel giro di poche settimane nei grandi centri abitati dell'Iran centrale, fatto mai accaduto prima, in otto anni di guerra.

Per questi attacchi però gli iracheni dovevano lanciare i propri missili dalle zone limitrofe al confine iraniano, per essere più vicini possibile ai bersagli lontani. Facendo ciò gli iraniani rispondevano con razzi e missili con gittata di poche decine di km, colpendo le postazioni di lancio dell'Iraq.

Gli attacchi iracheni in questa fase durano 50 giorni, con oltre cento missili lanciati, mentre gli iraniani rispondono con una cinquantina di missili, mentre in tutta la guerra sino a quel momento avevano lanciato 37 missili (in otto anni circa). Gli iraniani bombardano Baghdad, Tikrit, Kirkuk e Mousul.

Importante sottolineare come il progetto iraniano andava avanti principalmente per via dello sforzo di 17 persone che dalla mattina alla sera lavoravano senza mai riposarsi. Queste 17 persone furono quelle che organizzarono e coordinarono una importante operazione missilistica nel 1988, colpendo da quattro punti diversi lungo 800 km, diverse zone dell'Iraq, come il terminal degli autobus extraurbani di Baghdad, dove casualmente un missile iraniano, tra l'altro un missile che secondo gli stessi tecnici di Tehran era difettoso, colpì in pieno un autobus di militari sudanesi ed egiziani appena arrivati per dare man forte all'esercito di Saddam.

Inoltre i missili iraniani erano, per via della loro maggiore adesione ai normali standard tecnici, nonostante il loro numero complessivo fosse inferiore, molto precisi e distruttivi. Moghaddam racconta che dopo la fine della guerra quando iniziarono le trattative per lo scambio dei prigionieri con l'Iraq, si recò a Baghdad e, nonostante non avesse mai visto prima la città, gli sembrava di stare in un ambiente famigliare, in quanto le conoscenze iraniane della città erano minuziose, per riuscire a colpire i bersagli in modo preciso.

Alla fine di quei 50 giorni, gli iracheni dovettero smettere di bombardare le città iraniane e in primavera si fermarono le operazioni missilistiche da ambo le parti.

La guerra termina nell'estate del 1988, dopo poco meno di otto anni da quel settembre 1980. La guerra era finita, ma il programma missilistico era solo all'inizio ed era necessario continuare sulla strada dello sviluppo in quanto un paese senza capacità difensive adeguate, e i missili sono una parte importante di tale capacità, è sempre sotto pressione. Senza una difesa adeguata che faccia da deterrenza, anche l'Iran avrebbe fatto la fine di paesi come l'Afghanistan e l'Iraq in tempi più recenti.

Dopo la fine della guerra Iran-Iraq il programma missilistico proseguì a ranghi serrati: vi erano due punti di vista. Alcuni volevano proseguire con una formazione completamente autoctona, mentre altri volevano acquisire conoscenze straniere per poi proseguire il lavoro autonomamente. Alla fine si decise di collaborare coi coreani sui missili Scud B, che in Iran prenderanno il nome di Shahab 1. Gli altri sistemi elaborati presero il nome di Nazeat e Zelzal.

IL SISTEMA ZELZAL, GITTATA MASSIMA 120 KM



Naze'at Missile by Tasnimnews 02.jpg
IL SISTEMA MISSILISTICO NAZEAT, UNO DEI PRIMI DI PRODUZIONE IRANIANA, CON GITTATA DI 100 KM


SHAHAB 1, Il primo missile balistico iraniano a lunga-media gittata, evoluzione di una collaborazione tecnica con la Corea del Nord, (oltre 1000 km di gittata per il Shahab 3)





 Nella prima metà degli anni '90 gli iraniani riuscirono a mandare sulla catena di montaggio il primo sistema missilistico e a produrre in Iran il primo missile con sistema di guida e con gittata di 300 km, simile a dei modelli russi. Il sistema era stato provato con pieno successo, a meno di dieci anni da quel 1985 che aveva visto il primo missile a media gittata degli iraniani colpire il territorio iracheno. Questo fu il primo passo verso l'affermazione del Shahab 1.

Ora Moghaddam voleva procedere verso gli Scud 30, con gittata di 500 km. Ma il vero obiettivo era portare il sistema Shahab a oltre 1000 km (Shahab 3), per poter usare la spada di Damocle di un attacco missilistico contro Israele, dall'Iran occidentale, come deterrente di qualsiasi attacco militare contro l'Iran.

In pratica l'apice dell'evoluzione missilistica in Iran si ebbe dalla seconda metà degli anni '80 alla seconda metà degli anni '90. Nell'arco di un decennio gli iraniani svilupparono una tecnologia che in Russia o negli USA poteva essere sviluppata nell'arco di un trentennio.  

Il passo successivo fu un sistema missilistico che in alcuni suoi modelli può sfiorare i 2000 km di gittata con un potenziale distruttivo enorme.



MISSILE QADR, ARRIVA A 2000 KM DI GITTATA

Oggi il sistema missilistico indigeno iraniano è uno dei più importanti all'interno dei paesi in via di sviluppo e la sua capacità è tale per cui, vista la gittata superiore ai 1000 km, possono essere colpiti dal territorio iraniano, tutti i paesi limitrofi all'Iran e tutti i punti sensibili: dalle basi NATO in Turchia, alle basi americane in Medio Oriente e nel Golfo Persico, fino al territorio dello stato israeliano. Per cui, tutte le minacce esterne alla sicurezza nazionale iraniana, nell'alveo della guerra ordinaria, sono sotto il tiro del potenziale missilistico della Repubblica Islamica dell'Iran, che userebbe questo potenziale solo ed esclusivamente per difendersi da quei governi che minacciano l'Iran di guerra. Proprio per questo il problema missilistico è al centro dei dibattiti della comunità internazionale con l'Iran: le potenze avverse alla Repubblica Islamica sanno bene che senza i suoi missili esiste una vulnerabilità. Perdere i missili per l'Iran vuol dire essere vulnerabile militarmente. L'esempio della Libia di Gheddafi è lampante: un paese che negli anni '80 aveva aiutato l'Iran a porre le basi per le ricerche nell'ambito missilistico, negli anni 2000 si trovava in una situazione nemmeno paragonabile alla Repubblica Islamica. In Iran ci sono missili indigeni con gittata superiore ai 1000 km, in Libia non c'era più niente, per questo il paese africano è stato attaccato e distrutto. Gheddafi aveva ceduto alle pressioni internazionali, smantellando il proprio sistema missilistico di matrice russa, in cambio di aiuti e collaborazione economica. Oggi non ci sono più né missili, né aiuti economici, né Gheddafi, né una Libia intesa come stato nazionale indipendente. I dirigenti ad alto livello della Repubblica Islamica dell'Iran sanno che abdicare al sistema missilistico, in cambio di "aiuti economici", vuol dire consegnare nel giro di un decennio il paese nelle mani dei bulli della comunità internazionale. La storia è maestra di vita.

P.S. Hassan Tehrani Moghaddam, il padre del programma missilistico autoctono della Repubblica Islamica dell'Iran, dopo anni di onorato servizio, ha raggiunto il martirio in tempi recenti, per via di una esplosione nei pressi di Teheran.
 

«L’Iran resta una potenza regionale nonostante le difficoltà economiche»




Di seguito riportiamo l’intervista concessa al “Corriere del Ticino”, principale quotidiano in lingua italiana della Svizzera, da parte di Ali Reza Jalali
4 maggio 2016, pagina 4 (Sezione politica estera)
Intervista a cura di Osvaldo Migotto
 
 
 
 
Al secondo turno delle legislative iraniane i riformisti del presidente Rohani hanno ottenuto la maggioranza in Parlamento. Cosa cambierà ora nel Paese? Abbiamo intervistato Ali Reza Jalali, studioso di Iran e Medio Oriente. I riformisti hanno vinto, ma in Iran vi sono diversi centri di potere. Pensa che vi sarà una convivenza pacifica tra le varie istituzioni o vi è il rischio di lotte intestine?
«Il rischio di lotte intestine c’è sempre, ma bisogna dire che l’attuale Governo ha saputo creare un equilibrio interno tra le varie spinte che giungono dalla società ma soprattutto dalle istituzioni. Vedo, nonostante i problemi che ci sono sempre, un approccio molto moderato e pragmatico da parte dell’attuale Esecutivo che è riuscito in questi tre anni a tenere insieme forze opposte. Ciò che il precedente Governo, a causa di un approccio più unilaterale e intransigente, non era riuscito a fare. L’attuale Esecutivo appare dunque più pacato non solo in politica estera ma anche in politica interna, e mostra una maggiore attenzione nei confronti dei vari centri di potere».
I conservatori continuano a criticare Rohani per l’intesa con gli USA sul nucleare iraniano che, a loro avviso, ha portato a un ridimensionamento del settore senza aver ottenuto nulla di concreto in cambio. Come si vive a Teheran dopo la firma dell’accordo con il Gruppo 5+1?
«Un esponente del Governo iraniano le risponderebbe che è vero che sono stati raggiunti degli accordi, è vero che il petrolio iraniano ora è venduto sui mercati internazionali, anche se a prezzi irrisori, ma non c’è stata un’effettiva incisività sulla situazione economica iraniana per quanto riguarda la disoccupazione o la crescita economica. Le direbbe anche che gli accordi raggiunti per avere un impatto necessitano del tempo, anche se sono stati sbloccati dei soldi iraniani prima trattenuti all’estero. Gli iraniani hanno dato un mandato al presidente Rohani che è soprattutto un mandato economico. Nel momento in cui lui non dovesse riuscire ad ottenere quello che aveva promesso tre anni fa in campagna elettorale, tra un anno si potrebbero aprire nuovi scenari. Tuttavia per ora al Governo è andata bene, vediamo come proseguirà».
Dopo la firma dell’accordo internazionale sul nucleare iraniano a Teheran erano arrivate delegazioni di Paesi occidentali interessate ad investire in Iran. Si è poi visto qualcosa di concreto?
«Diciamo che anche recentemente vi sono state importanti delegazioni iraniane ricevute in Europa e delegazioni di Paesi europei recatesi in Iran. Anche la Svizzera rappresenta sempre un importante crocevia per gli scambi economici bilaterali Iran-Europa. Quindi per muoversi i rappresentanti del mondo economico iraniano ed europeo si sono mossi firmando, sulla carta, accordi con cifre anche importanti. Nel viaggio di Rohani in Italia sono ad esempio stati siglati accordi di poco inferiori ai 20 miliardi di dollari, una cifra stratosferica nei normali scambi bilaterali. Tuttavia al momento tutto è ancora sulla carta, bisogna dunque attendere per vedere gli sviluppi concreti».
Il calo del prezzo del petrolio ridimensiona le aspettative di Teheran in ambito economico. Ciò ridurrà la forza dell’Iran nell’eterno braccio di ferro con l’Arabia Saudita per l’egemonia regionale?
«Da un lato dire che il calo del prezzo del petrolio non ha conseguenze negative per Teheran sarebbe scorretto, dall’altro lato però l’esperienza degli ultimi anni ci ha insegnato che l’isolamento economico dell’Iran non ha avuto un effetto diretto sulla sua capacità espansionistica regionale, soprattutto dal punto di vista militare. Negli ultimi 5 anni, nonostante le sanzioni economiche internazionali, il Paese ha mostrato una fortissima attività regionale. Si pensi all’Iraq, si pensi alla Siria e allo Yemen. Quindi apparentemente, nonostante le difficoltà economiche, Teheran ha mostrato di saper gestire bene le sue risorse. Per cui con un investimento minimo l’Iran ha mostrato di saper ottenere il massimo risultato possibile nello scenario regionale».